IL TEATRO GRECO: RITO COLLETTIVO ED INSTRUMENTUM REGNI

Il teatro greco: un rito collettivo per lo Stato e dello Stato

Il teatro, nell´Atene del V secolo a.C., assumeva un valore sacrale ed un´importanza notevole, sia sul piano culturale che su quello politico e sociale. I generi teatrali rappresentati erano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco.

Quest´ultimo era così definito perché il coro era formato da attori travestiti da satiri, cioè da divinità legate al culto dionisiaco, di aspetto per metà umano e per metà caprino. Le rappresentazioni avvenivano durante le festività delle Lenee (nel periodo di gennaio – febbraio), delle “Grandi Dionisie”, o “Dionisie urbane” (nel periodo di marzo – aprile), e delle “Piccole Dionisie”, o “Dionisie Rurali” (nel mese di dicembre). Notevole era la platea di spettatori: Platone, nel “Simposio”, attesta che nell´anno 416 a.C. più di 30.000 spettatori assistettero alle rappresentazioni andate in scena durante le Grandi Dionisie. La tragedia era caratterizzata da un finale luttuoso e ruotava attorno alle vicende di sovrani che, all´apice della loro gloria, sprofondavano, per la loro arroganza e per le loro colpe, nel baratro della rovina. La materia era tratta generalmente dal mito, eccezion fatta per i “Persiani” di Eschilo, incentrata sulla seconda guerra persiana, che costituisce l´unico dramma di argomento storico che conosciamo e la più antica opera teatrale a noi pervenuta.

La commedia si concludeva con un lieto fine e mirava a suscitare il riso e l´ilarità degli spettatori. I maggiori autori di tragedie e di drammi satireschi furono Eschilo, Sofocle ed Euripide. I più celebri scrittori di commedie furono Aristofane e Menandro.

Contrariamente alla tragedia greca, che cominciò a tramontare già nel V secolo a.C., dopo la morte di Euripide, la commedia preservò la sua vitalità fino alla metà del III secolo a.C.. I commediografi, infatti, seppero adeguarsi ai mutamenti politici e culturali ed alle tipologie del pubblico di riferimento. L´evoluzione del genere comico si articolò in tre fasi: 1) – La Commedia Antica, Ἀρχαία (Archàia) che abbracciò in particolare il V ed il IV secolo a.C.; 2) – La Commedia di mezzo, ο Μέση (Mèse) che si protrasse fino al 323 a.C.; 3) – La Commedia Nuova, ο Νέα (Nea), che percorse l´intera età ellenistica. Nella fase dell´Archàia, Aristofane metteva sulla scena eventi e personaggi legati alla realtà sociale e politica del suo tempo. I contenuti delle commedie erano generalmente politici e fondati sulla satira e sull´attacco personale contro le autorità e le persone più in vista, secondo il principio della parresìa (cioè della piena libertà di parola) e dell’onomastí komodéin (cioè dell´attacco nominale).

La Commedia Antica si sviluppò nel periodo di maggiore splendore della democrazia ateniese, in cui i cittadini erano pienamente coinvolti nelle scelte politiche della loro città. In seguito, però, la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso, l´imporsi del breve regime dei Trenta Tiranni e, infine, l´instaurazione di una nuova democrazia (che fu tale solo di nome, non più di fatto), allontanarono sempre di più gli Ateniesi dalla politica. Pertanto, anche la Commedia cominciò a diversificarsi e, nella Mèse, i cui maggiori rappresentanti furono Antifane, Anassandride ed Alessi, ci si orientò verso contenuti più “disimpegnati”, attinti dal mito.

La trasformazione si completò nell´età ellenistica, una fase in cui i centri del potere non erano più le assemblee, ma i palazzi dei sovrani. Venne meno quella stessa ragion d´essere del πολίτης (polìtes) che aveva caratterizzato in modo originale la polis greca, e quella ateniese in particolare, rispetto alle città-stato mesopotamiche ed orientali. I commediografi si trovarono di fronte ad un nuovo pubblico di riferimento, composto non più da cittadini, ma da sudditi. Nella fase della Commedia Nuova, il cui maggior rappresentante fu Menandro, i contenuti si adeguarono alla nuova realtà e le vicende rappresentate riguardarono esclusivamente la sfera individuale e sentimentale degli uomini. Gli sviluppi della Commedia furono tali soprattutto perché il teatro greco agì sempre da vera e propria cassa di risonanza della vita politica, sociale e culturale del tempo. Ciò si verificò non solo per la commedia, ma anche per la tragedia. Se è vero, infatti, che questo genere teatrale si ispirava fondamentalmente al mito, è, d´altra parte, innegabile che le vicende rappresentate costituivano una vera e propria metafora dei problemi e della situazione dell´Atene del V secolo. Gli atti e le empietà dei protagonisti delle tragedie erano identificabili con i comportamenti più turpi ed abietti di cui qualunque uomo, in ogni epoca ed in ogni circostanza, quindi anche nell’Atene del V secolo, avrebbe potuto macchiarsi. Per questo motivo, il pubblico si immedesimava nelle vicende dei personaggi e, attraverso la visione del dolore e delle sciagure dei protagonisti, capiva l´importanza di evitare determinate azioni. Ne scaturiva un processo educativo che Aristotele definiva “catarsi”, o “purificazione”, che si realizzava attraverso il principio del πάθει μάθος (pàthei màthos), cioé (“apprendimento attraverso il dolore”).

Le sofferenze e le pene patite dai protagonisti delle tragedie convincevano, inoltre, i cittadini dell´esistenza di un ordine divino superiore, compiuto e immutabile, a garanzia del quale vi erano le leggi dello Stato e le autorità costituite. Destabilizzare lo status quo significava, dunque, sovvertire quello stesso ordine superiore e, quindi, incorrere nella tremenda punizione divina. Sotto questo aspetto, è facile notare come il teatro greco avesse non soltanto una valenza culturale ed educativa, ma, soprattutto, una funzione politica normalizzatrice e di controllo che lo caratterizzava anche come “instrumentum regni”, ovvero, strumento di potere.

«Date adesso! (δότε – dote») L’Urgenza del Dono alla Mensa della gratuitàLa Parola di Dio che risuona oggi è un invito solenne a entrare nella “Mensa” della gratuità di Dio. Le letture rivelano che l’amore del Padre non è un “mercato”, non mette voti e non si compra con il denaro dei nostri meriti. Risultano intimamente legate tra loro la prima lettura, in cui Isaia invita il popolo stanco a ricevere cibo e acqua gratis, senza spendere denaro, e il Salmo responsoriale, in cui si esalta la fedeltà di Dio che apre la sua mano per saziare ogni vivente. Il sogno profetico di questo banchetto gratuito si concretizza, poi, in maniera visibile e tangibile nel Vangelo con il miracolo dei pani e dei pesci: davanti alla folla sfinita, Gesù prova una compassione viscerale (esplanchnìste – ἐσπλαγχνίσθη, recita il testo greco) e rompe la logica del calcolo e del rinvio dei discepoli per proporre la logica del dono, ordinando con l’urgenza tipica dell’imperativo aoristo «δότε – date adesso!». In questo comando si inserisce il “poco” della nostra vita quotidiana, incarnato nel dovere e nel sacrificio che ogni giorno, nelle classi, negli ospedali, nelle case, negli uffici, nelle fabbriche o nei negozi, viene offerto dal lavoro di insegnanti, medici, genitori, impiegati, operai, commercianti o artigiani. Guardando proprio a queste realtà, nei cuori di tutti vediamo una fame immensa che va oltre il cibo: è fame di ascolto, di stabilità lavorativa, di salute nella malattia, di rispetto per la propria dignità, di tranquillità per il domani e di pace nel mondo e nei nostri cuori. Questo “poco” quotidiano, se consegnato con fiducia nelle mani di Dio, viene elevato, benedetto e moltiplicato continuamente dalla sua grazia, trovando il suo culmine nell’Eucaristia che stiamo celebrando su questo altare. Qui si inserisce la seconda lettura, in cui San Paolo ci assicura che nessuna di queste fatiche e sofferenze, nemmeno la fame o l’angoscia, potrà mai separarci dall’abbraccio e dall’amore incrollabile di Cristo. Saziati dal Pane della Vita, siamo chiamati a scegliere la logica della presenza, anziché del possesso, per consolare chi è solo o preoccupato, rendendoci “Eucaristia vivente” e “pane spezzato”, pronti a donare tempo e vita a chiunque abbia fame di speranza e di amore. Amen.Il poco dell’uomo diventa molto nelle mani di Dio! Affidandoci a lui, ciascuno di noi potrà essere strumento del suo disegno di salvezza!Immagine tratta dal sito https://www.tusciatimes.eu/il-vangelo-della-domenica-xxviii-del-tempo-ordinario-2/

«Non smettere mai di sognare e di realizzare il sogno di Dio su di te». Beato Francesco Spoto (1924-1964).

Padre Spoto, a 61 anni dal martirio

Dio è un vasaio paziente che non ci scarta mai: nelle Sue mani ogni cambiamento è possibile.Anche oggi siamo invitati a compiere un grande atto di fiducia nei confronti della misericordia e della pazienza del Signore. La prima lettura (Geremia 18, 1-6) e il vangelo (Matteo 13, 47-53) ci rivelano come Dio opera nella storia e nel cuore di ciascuno di noi. Il profeta Geremia, osservando un vasaio che rimodella un vaso guastato senza gettare l’argilla, ci mostra l’immagine della nostra vita spirituale. Spesso ci sentiamo rovinati da fallimenti e peccati, ma Dio è l’artigiano paziente che non ci scarta. Egli continua a plasmarci sul tornio della sua grazia, chiedendoci solo di rimanere docili e malleabili nelle sue mani. Questa pazienza risalta nel Vangelo attraverso la parabola della rete che raccoglie ogni genere di pesci. La Chiesa è uno spazio aperto a tutti e la selezione avverrà solo alla fine. Questo ci insegna a non giudicare frettolosamente. Spesso nei rapporti quotidiani siamo giudici impazienti pronti a scartare chi sbaglia. Dio invece mette una virgola dove noi metteremmo un punto: vede l’argilla da accarezzare e offre a chiunque il tempo per cambiare. Questa sapienza ci trasforma in “scribi divenuti discepoli del Regno”, capaci di trarre dal tesoro della Parola cose antiche e cose nuove. Non usiamo più la legge come un codice rigido per condannare, ma come uno scrigno di misericordia che valorizza la nostra storia passata e accoglie le novità della grazia. Finché la rete è ancora in mare, e fino a quando l’argilla si trova sul tornio, ogni cambiamento è possibile e nulla è perduto. Chiediamo oggi la grazia di non giudicare, di imitare la pazienza di Dio e di guardare alle nostre fragilità con speranza, certi di essere un’opera d’arte incompiuta ma custodita da un Padre che ci ama immensamente. Amen.Immagine tratta dal sito https://www.diocesitn.it/clero/2017/10/13/nelle-mani-del-vasaio/

La liturgia di oggi ci apre le porte della casa di Betania, il luogo dell’amicizia e del ristoro di Gesù. Giovanni nella Prima Lettura ci esorta all’amore vicendevole: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio… Dio è amore» (1Gv 4,7.8). Questo amore divino è gratuito e si manifesta concretamente nelle relazioni e nell’ospitalità quotidiana, proprio come quella che i tre fratelli di Betania, Lazzaro, Marta e Maria, offrivano a Gesù. Ma come si vive, concretamente, questo amore?Nel primo dei due testi alternativi del Vangelo (Luca 10,38-42) vediamo Marta interamente assorta neii servizi della casa. È mossa da una generosità autentica, ma si lascia prendere dall’affanno e dall’ agitazione interiore. Quante volte capita anche a noi? Pensiamo a un genitore che corre tutto il giorno per non far mancare nulla ai figli, o a chiunque sia sommerso da tante cose da organizzare. Quando l’azione non è accompagnata dall’ascolto di Dio, diventiamo nervosi, ci sentiamo soli e iniziamo a giudicare chi ci sta accanto, esattamente come Marta che si lamenta di Maria. Gesù, ricordandoci che «di una cosa sola c’è bisogno», non condanna il lavoro, ma ci invita a ritrovare la priorità: sedersi ai suoi piedi, come Maria, per ricaricare il cuore con la sua Parola. L’amore vero per gli altri nasce solo se prima ci lasciamo amare da Dio.Tuttavia, lo spirito di Betania non si ferma alla quiete della casa. Il secondo testo del Vangelo (Giovanni 11,19-27) ci conduce in uno scenario completamente diverso: la casa è avvolta dal lutto per la morte di Lazzaro. Qui ritroviamo le due sorelle dinanzi alla prova più dura. E proprio qui avviene un capovolgimento straordinario. Marta, la donna che prima era bloccata nell’affanno del servizio, diventa la donna di una fede straordinaria. Corre incontro a Gesù nel dolore e pronuncia una delle più grandi professioni di fede di tutto il Nuovo Testamento: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27).Questo legame tra i due vangeli e la prima lettura è formidabile. L’amore di Dio non ci mette al sicuro da lacrime o fatiche. Ma l’ascolto assiduo della Parola (scelta da Maria) e l’adorazione di Gesù impreziosiscono il nostro servizio quotidiano (incarnato da Marta) con una fede che ci fortifica sempre, in tutte le situazioni, anche quelle più spiacevoli. Quando affrontiamo un fallimento lavorativo, una malattia o la perdita di una persona cara, la fede di Marta ci sprona a gridare: “Signore, anche ora io so che Tu sei il Signore della mia vita”.Oggi la Chiesa celebra i tre fratelli, Marta, Maria e Lazzaro in un’unica memoria. Soprattutto, il vangelo ci insegna che non dobbiamo scegliere tra l’essere Marta o l’essere Maria: possiamo e dobbiamo essere entrambe, operosi, come Marta, nel servizio ai fratelli, disponibili e sensibili all’ascolto del Signore, come Maria.Chiediamo oggi la grazia di saper accogliere Gesù in ogni situazione: nella calma delle nostre stanze, nell’affanno del lavoro e nel buio del dolore, certi che, come afferma Giovanni, chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui (1Gv 4,16). Amen.Immagine tratta da https://www.parrocchiasanbenedetto.org/2023/07/29-luglio-2023-memoria-dei-santi-marta-maria-e-lazzaro-amici-del-signore/

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Gesù non chiede niente di impossibile. Coltiva i tuoi talenti e testimonia il Vangelo con gioia!

Cento, sessanta o trenta per uno: ogni frutto è prezioso quando nasce da un cuore che ascolta.

In base ai nostri talenti e carismi, possiamo fruttare il cento, il sessanta o il trenta per uno. A Dio non importa la quantità, ma la qualità e la spontaneità delle nostre opere. Mettiamoci in ascolto e testimoniamo con gioia la nostra adesione al Vangelo.

La Parola è seme: accoglila con il cuore, e porterà frutto!

Immagine tratta dal sito https://worshipleader.com/worship/the-new-song-of-gratitude/

Oltre il fuoco di paglia: metti radici profonde nel tuo cammino di fede per non fermarti a metà gara

Il terreno sassoso ci riconduce all’incostanza del “fuoco di paglia”. È tipico di chi parte a tutta velocità per poi fermarsi esausto a metà gara. Accogliere il Vangelo richiede radici profonde per non farsi bloccare al primo ostacolo. Alimentiamo la fede ogni giorno per superare le difficoltà della vita.

La trappola della superficialità (e come vincerla con il silenzio interiore)

Nella parabola del seminatore la strada rappresenta il terreno della superficialità e dell’aridità spirituale. Solo con il silenzio interiore riusciremo a farci permeare dalla grazia divina. Custodiamo la Parola, allontanando il maligno, sempre pronto a “rubare ciò che è stato seminato” e spegnendo le preoccupazioni e il frastuono del mondo.

Il seminatore al tramonto – Vincent Van Gogh

Immagine tratta dal sito https://lanuovabq.it/it/la-parabola-del-seminatore-un-tema-caro-a-van-gogh

Chiamati ad essere bravi seminatori per diventare “luce del mondo”

Nel Vangelo (Mt 13, 18-23) Gesù ci presenta la parabola del seminatore, evidenziando come i quattro terreni su cui cade il seme riflettano altrettante disposizioni del nostro cuore di fronte all’azione di Dio.

Il primo terreno è la strada che rappresenta la superficialità legata alle preoccupazioni del mondo che calpestano la Parola e riducono la fede a pura esteriorità. Non è una questione di incapacità intellettuale, ma una vera e propria aridità spirituale che scaturisce dalla mancanza di silenzio interiore che non permette al nostro cuore di lasciarsi permeare dalla grazia divina.

Il terreno sassoso rimanda, invece, all’incostanza del “fuoco di paglia”, tipica di chi accoglie la Parola con entusiasmo ma, non avendo radici profonde, al primo ostacolo si blocca, proprio come un corridore che, all’inizio della gara, parte a tutta velocità per poi fermarsi esausto a metà gara.

Abbiamo, poi, i rovi, che simboleggiano gli affanni del mondo e la seduzione delle ricchezze e soffocano la Parola, ostacolando il germoglio della fede. Infine, possiamo trovare il terreno fertile che incarna l’animo maturo e consapevole di chi sa mettersi in ascolto del vangelo. Questo terreno fertile può trovare spazio anche nel nostro cuore, se, con le nostre azioni e con il nostro entusiasmo, riusciremo a far fruttare il seme della Parola di Dio! Ed è veramente consolante sapere che Gesù non ci chiede poi tanto! In base alle nostre capacità, ai nostri talenti e ai nostri carismi, possiamo far fruttare quel seme il cento, il sessanta o anche solamente il trenta per uno. Tanto o poco che sia, a Gesù non importa! Piuttosto che alla quantità, Egli guarda alla qualità e alla spontaneità delle nostre opere e del nostro agire.

Siamo chiamati anche noi a diventare dei bravi seminatori e a far crescere nei cuori di chi ci circonda i frutti dolci e salutari della Parola divina, così da risplendere come vera “luce del mondo” attraverso la nostra testimonianza. E non rattristiamoci se vedremo che i tre quarti del nostro lavoro andranno dispersi. Lasciamoci confortare dalla certezza che almeno la quarta parte darà i frutti desiderati perché avremo saputo rendere buono e fertile il “terreno” della nostra evangelizzazione. Chiediamo al Signore Gesù di donarci il silenzio interiore per far attecchire pienamente in noi la Sua Parola. Trasformi la nostra vita in un terreno fertile e infonda nei nostri cuori il coraggio di essere fiduciosi ed entusiasti seminatori del Vangelo.

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I Novissimi

NON SIA TURBATO IL VOSTRO CUORE…NELLA CASA DEL PADRE MIO VI SONO MOLTE DIMORE

Vado a prepararvi un posto: Omelia per la V Domenica di Pasqua

Carissimi fratelli e sorelle, in questa quinta domenica di Pasqua la Chiesa ci riporta alle parole pronunciate da Gesù nel Cenacolo prima della sua passione, nell’ambito dei cosiddetti “discorsi dell’addio”.

Tra i discepoli si respira un clima di grande amarezza e inquietudine: nei versetti precedenti Gesù aveva annunciato il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro e la sua imminente partenza. I discepoli sono, dunque, profondamente rattristati e turbati al solo pensiero di essere abbandonati dal Signore. Ma Gesù risponde con un “imperativo rassicurante”: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me».

Gesù chiede ai discepoli, ma anche a tutti noi, di avere fede in Dio e, nello stesso tempo, di avere fede in lui stesso, in quanto il Padre e il Figlio sono una sola cosa e la fiducia in Cristo coincide perfettamente nella fiducia in Dio.

È sicuramente rassicurante la promessa che egli fa subito dopo: «nella casa del Padre mio vi sono molte dimore… vado a prepararvi un posto». Ma, attenzione, qui non si parla di edifici o di “appartamenti” in paradiso. Non c’è alcun riferimento a un tempio di pietra. Al contrario, le dimore che Gesù promette anche a tutti noi risiedono nei nostri cuori. Ciascuno di noi, in quanto battezzato, è tempio e dimora dello Spirito Santo. Se accogliamo nel nostro cuore la Parola divina, allora il Padre e il Figlio dimoreranno in noi. Chi accoglierà nel suo cuore, testimoniandolo con la sua vita, l’amore di Dio, diventerà, a tutti gli effetti, “santuario visibile di un Dio invisibile” e si collocherà in una straordinaria relazione intima, stabile e vivificante con Dio, già in questa vita, attraverso Cristo, unica via verso Dio.

Siamo noi oggi, come Chiesa, la visibilità del Cristo Risorto, il suo “santuario”. Cristo è diventato la “pietra angolare” ed è sceso per abbracciare tutte le “vite di scarto” e i poveri. In questo cammino la nostra testimonianza deve nascere dalla preghiera, ma deve anche tradursi nella carità quotidiana.

Il Signore ci chiama a fare della nostra esistenza un “culto gradito a Dio”.

Allora, non lasciamoci turbare: Cristo opera dentro di noi, ci offre una dimora eterna già oggi, e ci invita ad essere portatori di vita e di speranza in un mondo che ha un disperato bisogno di “operatori di pace”.

Immagine tratta dal sito https://cantalavita.com/2026/05/01/questione-di-fiducia-buona-domenica-v-domenica-di-pasqua-anno-a/

SALE DELLA TERRA E LUCE DEL MONDO

Nella pagina odierna del vangelo Gesù ci invita ad essere “sale della terra” e “luce del mondo”. Molto belle ed efficaci sono queste due immagini tratte dalla vita quotidiana: il sale e la luce. Il sale rende gustosi i cibi e li fa assaporare ma anche conservare; la luce illumina e riscalda il mondo.

E il vangelo, però, ci invita a fare attenzione: può esserci un sale che perde il sapore e che, pertanto, non insaporendo più nessun cibo, non serve a nulla e viene gettato via e calpestato per strada; allo stesso modo può esserci una lampada che viene nascosta sotto il moggio, quella luce non illumina la stanza e viene rapidamente soffocata.

Noi, in quanto “sale della terra”, siamo chiamati a “dare sapore e gusto alla nostra vita, ma anche, e soprattutto, a quella degli altri. Tutto ciò che il Signore ci dona dobbiamo, a nostra volta, donarlo agli altri. Come il sale che assapora le pietanze si scioglie nei cibi e poi “scompare” e non si vede più, così deve essere la nostra presenza nel mondo!

In che modo possiamo realizzare ciò? Facendoci eco e testimoni della vera Sapienza, non certamente quella umana che, purtroppo nel mondo ingiusto e terribilmente conflittuale di oggi, è sempre meno “sapiente” (quanto è attuale è la sottolineatura di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi!), bensì quella fondata sulla “potenza di Dio” e sulla Parola del Signore che possiamo e dobbiamo gustare noi stessi e che anche gli altri possono e devono assaporare anche attraverso di noi.

Come sappiamo, il sale ha anche la virtù di conservare e di preservare i cibi dalla corruzione: allo stesso modo, la predicazione e la testimonianza concreta del Vangelo preserva tutti noi dalla corruzione dell’anima e dal peccato che rischia di allontanarci e di distoglierci sempre di più da Dio. Possiamo salvarci dalla corruzione dell’anima realizzando quanto ci viene indicato oggi nella prima lettura, tratta dal Libro del profeta Isaia: la condivisione con l’altro, l’entrare in simbiosi e in empatia con chi soffre, “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i parenti”, per evitare che il nostro sguardo si estenda troppo oltre, rischiando di farci perdere di vista colui che Dio ha posto molto più vicino a noi.

Se saremo in grado di fare tutte, o almeno alcune di queste azioni, veramente potremo dire che la nostra luce “sorgerà come l’aurora e la gloria del Signore ci seguirà”.

Perché ciò avvenga è necessario allontanare da noi e dal nostro prossimo l’oppressione, l’abitudine di puntare il dito contro gli altri, dedicandoci piuttosto ad aprire il nostro cuore a chi ha bisogno di noi.

“Sale della terra”, ma non solo: dobbiamo anche essere “luce del mondo”, quella luce che Cristo ci ha dato principalmente con il Battesimo (“ricevete la luce di Cristo” …). Una luce che non deve essere lasciata sotto il moggio, ma che deve essere posta sul candelabro e deve illuminare tutta la stanza. Una luce che ha il coraggio di uscire allo scoperto, proprio attraverso la testimonianza concreta del vangelo.

Essere sale della terra e luce del mondo significa anche difendere la vita umana, quella vita messa sempre di più in pericolo dall’insipienza umana e che, invece, deve avere sempre piena dignità dal concepimento fino alla morte naturale, quella vita che Dio ha dato e che solo lui può togliere.

Essere sale della terra e luce del mondo significa, infine, anche difendere e salvaguardare il valore della famiglia che è conformata al modello della Santa famiglia di Nazaret e che è la prima chiesa domestica nella quale possono nascere le vocazioni e i santi.

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“O Dio, che fai risplendere la tua gloria nelle opere di giustizia e carità, dona alla tua Chiesa di essere luce del mondo e sale della terra, per testimoniare con la vita la potenza di Cristo crocifisso e risorto” (Dalla Preghiera Colletta di oggi).terra, per testimoniare con la vita la potenza di Cristo crocifisso e risorto” (Dalla Preghiera Colletta di oggi).

per_un_introduzione_al_rhetor_di_coricio.pdf

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